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Cos’è il disturbo bipolare

Il disturbo bipolare è una condizione psichiatrica caratterizzata da oscillazioni dell’umore tra fasi maniacali e depressive. Senza trattamento, può avere conseguenze gravi sulla salute e sulla qualità della vita.

Perché può ridurre l’aspettativa di vita

  • Maggior rischio di suicidio.
  • Comorbidità mediche (diabete, obesità, ipertensione).
  • Abuso di alcol o sostanze.

Questi fattori possono ridurre l’aspettativa di vita di circa 10 anni rispetto alla popolazione generale.

Ruolo dei farmaci (litio e olanzapina)

  • Litio (Carbolithium): efficace nel prevenire ricadute e ridurre il rischio di suicidio. Richiede monitoraggio di reni e tiroide.
  • Olanzapina: utile nelle fasi maniacali e depressive. Può causare aumento di peso e alterazioni metaboliche, da controllare con esami periodici.

Effetti collaterali da monitorare

  • Peso corporeo.
  • Glicemia e colesterolo.
  • Funzionalità renale e tiroidea.

Con controlli regolari, gli effetti collaterali possono essere gestiti e non compromettono necessariamente la durata della vita.

Conclusione

Non è corretto dire che litio e olanzapina accorciano la vita. Al contrario, se ben gestiti, possono migliorare la qualità e la durata complessiva della vita, riducendo i rischi legati al disturbo bipolare. La terapia farmacologica è un supporto che protegge, non un ostacolo.

Viviamo in un tempo in cui la notorietà sembra essere la misura del valore di una persona. Essere conosciuti, apparire, farsi vedere: tutto questo viene spesso percepito come un traguardo. Eppure, la notorietà non è garanzia di senso, né di libertà. Al contrario, esporsi significa inevitabilmente essere giudicati, osservati, messi in piazza. Ogni gesto viene interpretato, ogni parola pesata, e la persona finisce per diventare un’immagine pubblica più che un individuo autentico.

Il silenzio, invece, custodisce una potenza discreta. Restare nell’anonimato non significa rinunciare ad agire, ma scegliere di farlo senza clamore. Le buone azioni non hanno bisogno di riflettori: hanno bisogno di sincerità. Un gesto di aiuto, un atto di cura, un contributo alla propria comunità hanno un valore che non dipende dal riconoscimento esterno. È proprio nel silenzio che la bontà si preserva pura, libera da calcoli e da vanità.

La vera libertà non si conquista seguendo la massa, ma mettendosi “fuori dal coro”. Non per ribellione sterile, ma per fedeltà a sé stessi. Agire nella propria famiglia, nel piccolo gruppo di persone che ci circonda, nella comunità che frequentiamo: è lì che si costruisce la libertà concreta. Non nei palcoscenici globali, ma nelle relazioni quotidiane.

La famiglia e la comunità locale sono i luoghi dove la persona può esprimersi senza maschere, dove l’azione non è spettacolo ma sostanza. Qui la libertà si traduce in responsabilità reciproca, in gesti che rafforzano i legami e migliorano la vita comune. È un modo di vivere che non cerca applausi, ma che lascia tracce profonde e durature.

In sintesi: la notorietà è un’illusione di libertà, mentre l’anonimato permette di agire senza catene. La vera grandezza si trova nel silenzio, nella discrezione, e nel coraggio di essere sé stessi dentro la propria comunità.

Manifesto della Libertà Silenziosa

• La notorietà non serve. È solo esposizione al giudizio.

• Il silenzio custodisce forza. Le buone azioni brillano anche nell’anonimato.

• La libertà nasce fuori dal coro. Non nell’applauso, ma nella coerenza.

• La comunità è il vero palcoscenico. Famiglia e vicinato sono i luoghi dell’autenticità.

• Agire senza clamore è grandezza. La discrezione è la forma più pura di libertà.

Dopo i cinquant’anni non serve cercare un fidanzato/a o un marito o moglie per “sistemarsi”.
Non servono firme, contratti o etichette.
Serve un compagno/a di viaggio.
Qualcuno che voglia camminare al tuo fianco,
che accetti di formare una squadra con te
per vivere, insieme, ciò che resta del cammino.
In libertà.
Con amore.
Con autenticità.
Con fiducia.
Perché quanti anni restano davvero per godersi questo tratto finale?
È un viaggio più corto, sì…
ma può essere il più bello, se lo vivi con la persona giusta.
Qualcuno con cui stare bene, davvero bene.
Senza drammi, senza liti, senza ferite inutili.
Solo una relazione fatta di impegno reciproco, rispetto, esclusività e tenerezza adulta.
È l’ultima curva del viaggio chiamato Vita.
Scegli con il cuore e con la testa chi vuoi avere accanto.
E se non arriva nessuno…
allora vivi questa tappa con te stesso, con te stessa.
Meriti che il finale del tuo viaggio sia un mare di serenita’

Si sta avvicinando il periodo che per i Cristiani Cattolici è rappresentato dal 2 Novembre e cioè la commemorazione dei defunti. In questo periodo si allestiscono degli altarini in memoria delle persone care che non sono più in vita. Sono convinto che chi ha fede, ma con la parola fede intendo qualsiasi tipo di fede, può pregare a modo suo, allestendo degli altarini e son convinto che questi altarini sono rivolti a chiunque e non solo ai cari defunti.
Andando indietro nel tempo anch’io allestivo altarini, ma lo facevo pregando i miei idoli nel campo della musica, ascoltando le loro canzoni le quali trasmettono dei messaggi…
Ciò che facevo non era ben visto e col passare del tempo ho pensato di agire in sordina senza dare nell’occhio.
Questo discorso vale per quelle persone che ostentano la loro fede, io da quell’esperienza ho imparato a pregare a modo mio senza inculcare niente a nessuno e non giudicando l’agire di tanti fedeli. La fede è personale ed ognuno fa come gli pare senza disturbare il quieto vivere degli altri.

VIVI E LASCIA VIVERE

La fede può essere quindi anche non soltanto religiosa: c’è la fede calcistica, nello sport; c’è la fede geografica con i terrapiattisti e non; c’è la fede per un pensatore filosofico; etc…
Ripeto, ognuno di noi crede ad un qualcosa, l’importante che non si intralcia la vita delle altre persone, il rispetto è la prima regola, tutto viene di conseguenza.

In Cina, il pensiero taoista e confuciano vedeva l’uomo come parte integrante della natura. L’armonia era la condizione ideale in cui l’individuo si pone in sintonia con il Tao, il flusso dell’universo. Non si trattava di dominare, ma di fluire. Di non opporsi, ma di accordarsi.

In India, l’armonia è inscritta nel concetto di dharma: l’ordine cosmico e personale che guida ogni essere vivente. La musica classica indiana, con le sue regole sottili, è un’espressione di questa ricerca: ogni nota, ogni pausa, ogni variazione è un atto sacro di equilibrio.

Il codice invisibile.

L’armonia è un codice ma non si digita, si coltiva.

È invisibile, ma lascia tracce ovunque: in una carezza, in una pausa, in un gesto che non chiede nulla.

È la password che non si dimentica perché non si scrive: si vive.

In un mondo che ci chiede velocità, efficienza, controllo, l’armonia è un atto di resistenza.

Un ritorno al centro.

Un invito a riconoscere che la vita non è un problema da risolvere, ma una melodia da accordare.

Viviamo in una società che troppo spesso si affretta ad etichettare, ad incasellare, a giudicare. Ma dietro ogni volto c’è una storia, e dietro ogni storia ci sono esperienze che abbiamo vissuto. Non possiamo comprendere davvero una persona se non conosciamo il contesto in cui è cresciuta, le influenze che ha subito, le scelte che ha dovuto fare in condizioni che forse non possiamo nemmeno immaginare.

Prendiamo ad esempio un pregiudicato in carcere. È facile liquidarlo come “delinquente”, come “persona sbagliata”. Ma cosa sappiamo davvero di lui? Magari ha vissuto in un quartiere dove la violenza era la norma, dove la droga era ovunque, dove le armi erano strumenti di sopravvivenza più che di offesa. Magari ha visto litigi e soprusi fin da bambino, senza mai conoscere un’alternativa. In un mondo così, le scelte non sono sempre libere: spesso sono dettate dalla necessità, dalla paura, dalla mancanza di modelli positivi.

Questo non significa giustificare ogni azione, ma significa comprendere. Significa riconoscere che dietro ogni errore c’è un essere umano, e che ogni essere umano merita almeno di essere ascoltato prima di essere giudicato. La comprensione non cancella la responsabilità, ma la rende più umana. E forse, proprio da questa comprensione può nascere il cambiamento.

E’ da un pò di tempo a questa parte che mi chiedo se scrivere serve ancora. La mia voglia di scrivere è tanta, ma un’altra domanda sorge spontanea:
siamo nell’era dell’Intelligenza Artificiale che attecchisce le risposte, che le rivolgiamo, da tanti database. Serve ancora studiare sui libri? Da quando esiste la scrittura e da quando esiste la creazione dei vari database, da cui attecchisce l’I.A., è inutile comprare un libro ed è inutile ricercare su più testi scritti.

Chiedere all’Intelligenza Artificiale non solo sarà di moda, ma sarà la normalità ed aggiungo: non solo per quanto riguarda la scrittura o comunque la lettura, ma sarà la normalità anche nella creazione di video o nel trovare per esempio una ricetta. Mi fermo qui anche se la mia voglia di scrivere è tanta.

Mettete qui nei commenti cosa ne pensate dell’Intelligenza Artificiale: è giusto farne uso oppure non potrà superare mai la voglia di leggere un bel romanzo su un libro cartaceo…

Ho chiesto alla I.A. questo mio pensiero:
pensavo tra me e me che ad una certa età, il cervello umano ha immagazzinato talmente tante cose che ha difficoltà ad immagazzinarne altre, vorresti sviluppare questo mio pensiero?

L’I.A. risponde:
il tuo pensiero è intrigante e si lega a ciò che la neuroscienza ha scoperto sul funzionamento della memoria e dell’apprendimento. In effetti, con il passare degli anni, il nostro cervello accumula una quantità immensa di informazioni, esperienze ed emozioni. Questo processo, però, non avviene in modo caotico: il cervello continua a riorganizzare le informazioni, rafforzando le connessioni tra quelle più utilizzate e rendendo meno accessibili quelle meno rilevanti.

Si potrebbe dire che la difficoltà a immagazzinare nuove informazioni non sia tanto dovuta alla mancanza di spazio, ma piuttosto alla competizione tra vecchi ricordi e nuove conoscenze. Inoltre, il cervello cerca di dare priorità alle informazioni utili, evitando di sovraccaricare la memoria con dettagli inutili. Questo spiega perché spesso si fatica a ricordare cose nuove, mentre si mantengono nitidi i ricordi di esperienze significative.

Ma c’è un aspetto interessante: studi hanno dimostrato che imparare cose nuove e mantenere attiva la mente aiuta a preservare la plasticità cerebrale, cioè la capacità del cervello di adattarsi e creare nuove connessioni. Quindi, continuare a stimolarsi con nuove sfide, letture, conversazioni e persino esperienze sensoriali può aiutare a contrastare questa sensazione di “saturazione” mentale.

La simbologia è una lente attraverso cui interpretiamo il mondo, ma può diventare una gabbia se ci si aggrappa troppo ai suoi significati nascosti. Quando ogni segno e simbolo viene visto come un enigma da decifrare o un indizio di complotti, si rischia di perdere la spontaneità della vita, di vivere sempre in sospetto o di attribuire significati dove non ce ne sono.

Seguire il cuore, invece, significa abbandonare quel bisogno di leggere dietro le quinte, di trovare un ordine nascosto nelle cose. È vivere con fiducia, accogliere l’esperienza senza sovraccaricarla di interpretazioni rigide. È avere il coraggio di percepire il mondo direttamente, senza intermediazioni forzate.

La simbologia arricchisce la comprensione, ma non deve controllarla. L’equilibrio sta nel riconoscere i simboli senza esserne prigionieri, nel saper vedere il loro fascino senza lasciarsi trascinare in una spirale ossessiva. Vivere semplicemente vuol dire lasciare spazio all’autenticità, senza il peso di schemi imposti. E forse, in quella libertà, trovi davvero te stesso.